Quando le banconote valevano oro
Data: giovedì 27 ottobre 2022

Cari lettori di Numismatica Ranieri, all’interno di questo articolo del blog vi parleremo del tempo in cui le banconote valevano oro. Dopo avervi parlato della storia relativa all'oro della Banca d'Italia, proseguiamo l'analisi del valore dell'oro e delle monete da investimento in oro. Per scoprire le quotazione attuali delle monete in oro da investimento gestite da Numismatica Ranieri, vi consigliamo di controllare le valutazioni aggiornate quotidianamente. Buona lettura.

Quando le banconote valevano oro

La tormentata vita del sistema aureo italiano. La "clausola oro", un aggancio che oggi non sarebbe più attuabile.

Una domanda che spesso ci si è posti soprattutto nel momento di passaggio dalla Lira all’Euro, nel periodo dunque di assestamento economico caratterizzato dalla svalutazione della nuova cartamoneta e di contro dall’aumento del prezzo dell’oro è stata se la soluzione all’inflazione fosse da ricercare nel pagamento dei salari e delle pensioni in banconote convertibili in oro.

In generale l'aggancio dei redditi all'oro, sia attraverso l'indicizzazione del valore del contratto a quello del metallo giallo ("clausola oro"), sia con la circolazione di banconote convertibili, non salvaguarda dall'inflazione. Questo perché il valore dell'oro aumenta o diminuisce nel tempo come quello di qualunque altra merce. Tuttavia, nelle fasi di inflazione e di prezzi del metallo elevati, l'aggancio consente una tutela, anche se limitata.

Fra il 1900 e il 1914, ad esempio, una famiglia del ceto medio poteva vivere modestamente con 3.500 lire di reddito annuo che allora equivalevano, di fatto, a 1.016,50 grammi d'oro. Ai prezzi di mercato odierni corrisponderebbero a circa 19.100 euro.

In Italia il sistema aureo, nella forma ricordata dal lettore, quando con 100 lire carta si ottenevano cinque marenghi contenenti 29,03 grammi d'oro, ebbe un'esistenza limitata e travagliata. Fu in vigore dal primo gennaio 1862 al 30 aprile 1866 e dall'8 aprile 1881 al 10 agosto 1893. Dal 21 dicembre 1927 al 4 ottobre 1935 le banconote potevano essere convertite al cambio 1 lira g 0,07919 solo in verghe del peso minimo di 5 kg. Tuttavia, il regime fascista considerava "antinazionali" le richieste di conversione.

Di fatto, dopo questa data la convertibilità fu abolita. Nei più importanti Paesi europei essa fu invece ammessa, tranne temporanee eccezioni, per tutto l'Ottocento e fino a pochi giorni prima del conflitto mondiale cominciato nell' agosto 1914.

Fu ripresa nella seconda metà degli anni Venti, ma venne travolta dalla Grande crisi iniziata nel 1929. Solo gli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra, consentirono alle banche centrali straniere di cambiare i dollari al tasso di 35 per oncia (g 31,1) d'oro. Dal primo agosto 1971 anche la vaIuta americana è inconvertibile.

Oggi, nessun economista rimpiange il regime aureo. Tuttavia, dato che idee come quelle del lettore ricorrono frequentemente, soprattutto in presenza di tensioni inflazionistiche, è utile conoscere, seppur in estrema sintesi, come operava il regime aureo.

Esso prevedeva che lo Stato:

  1. definisse e mantenesse stabile l'unità monetaria del Paese (lira, dollaro, sterlina, ecc.) in termini di una quantità di metallo (ad es. dal 1814 al 1913 la sterlina continuò ad equivalere a g 7,32);
  2. consentisse il cambio della cartamoneta alla pari e a vista in oro;
  3. permettesse la libera importazione ed esportazione del metallo giallo. In questa situazione, i cambi fra le varie monete non si discostavano molto dal rapporto dei rispettivi contenuti in oro.

Ad esempio, dato che un dollaro ne conteneva g 1,50, occorrevano 4,88 dollari per avere 1 sterlina. Gli economisti avevano diffuso la tesi che gli Stati dovevano mantenere ad ogni costo la convertibilità e quindi i cambi della valuta nazionale. Non solo per motivi di prestigio ma anche perché, allora come oggi, i cambi fissi favorivano gli scambi internazionali. Inoltre, quando i conti con l'estero di un paese presentavano un avanzo o un disavanzo, in breve tempo il sistema aureo ristabiliva "automaticamente" l'equilibrio.

In sintonia con le idee liberali e liberiste allora in auge, che condannavano l'intervento dei governi in campo economico, questo automatismo limitava fortemente i loro poteri discrezionali.

Per comprendere queste "virtù" del sistema aureo occorre ricordare che esisteva, ed esiste tuttora, una relazione diretta fra quantità di Moneta (in questo caso, semplificando, oro più banconote) in circolazione e livello generale dei prezzi. In particolare, un'eccessiva circolazione di oro e/o banconote convertibili provocava inflazione, mentre una circolazione insufficiente produceva deflazione.

Se il valore annuo delle importazioni e delle esportazioni era uguale, l'afflusso e il deflusso di oro da e verso l'estero si compensavano per cui la riserva aurea della banca di emissione rimaneva inalterata. Se invece il valore delle importazioni superava quello delle esportazioni, ossia in caso di deficit dei conti con l'estero, l'oro defluiva dalla banca per pagare i fornitori stranieri (che non accettavano la cartamoneta straniera).

Dato l'obbligo di garantire la convertibilità delle banconote, la contrazione delle riserve costringeva la banca a ridurre la circolazione dei biglietti. Ciò faceva diminuire i prezzi dei beni nazionali; le esportazioni risultavano cosi agevolate mentre le importazioni, diventate più costose, erano ostacolate. Quindi, in un tempo più o meno breve, i conti con l'estero tendevano a ritornare in equilibrio. Peraltro, per evitare che un deficit protratto prosciugasse le riserve, le autorità di solito aumentavano il tasso di sconto e i tassi di interesse.

Questi provvedimenti facevano affluire fondi liquidi dagli operatori stranieri. Inoltre, l'aumento del costo del denaro rendeva più onerosi i mutui bancari per cui gli operatori nazionali riducevano gli investimenti e l'occupazione. Questo provocava una riduzione dell’occupazione.

II riequilibrio automatico operava in modo diametralmente opposto quando il valore annuo delle importazioni era inferiore a quello delle esportazioni. In definitiva, gli oneri del mantenimento della convertibilità e della parità aurea gravavano prevalentemente sui lavoratori. Questo era possibile in tempi di sindacati deboli e di regimi politici poco o per niente democratici, mentre oggi i costi sociali per conservarle sarebbero insopportabili.

 

Conclusioni

Sperando che questo articolo dedicato a scoprire quando le banconote valevano oro sia stato di vostro interesse, restiamo in attesa delle vostre opinioni.

Potete farci sapere cosa ne pensate o inviarci altri consigli attraverso lo spazio commenti riservato o attraverso la pagina contatti. Inoltre per dubbi o curiosità vi invitiamo a visitare la relativa sezione contatti del nostro sito web.

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Alla prossima con le migliori news relative al mondo della numismatica.

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